31 maggio 2015
Lasciamo la città, che come sempre, non fa per me, e
torniamo sull’asfalto desolato che ci conduce oggi al Kakadu National Park,
dove per non pagare una parte dei
(troppi) 25 dollari a testa ,io mi sono nascosto nel retro del van sotto
le coperte e parte della discarica che ci portiamo appresso. Ovviamente non ci
sono stati controlli, però la cifra ci è sembrata veramente esagerata.
L’idea iniziale era quella di raggiungere Ubirr, luogo in cui
an ora si possono ammirare pitture rupestri antichissime e dalla cui altura
avremmo potuto godere di un tramonto
mozzafiato su una distesa di foresta e paludi a perdita d’occhio. Ovviamente
arriviamo troppo tardi, e per soli 10 minuti ci perdiamo sia il tramonto che la
galleria, accontentandoci di salire per vedere quello che il post tramonto ci
permette di vedere, Decidiamo così di dormire nell’area campeggio vicina per
vedere tutto l’indomani.
Nel frattempo che ci avviamo verso l’aera ecco che spuntano
la solita nuvola di Fantozzi che, come previsto dalla guida aborigena a Ubirr,
comincia a scaricare gran goccioloni. Ce ne restiamo in van e dopo poco smette.
Ma il peggio sta solo iniziando: appena apriamo le portiere una valanga di
zanzarine ci invade l’abitacolo mangiandoci letteralmente, ma ottimisti
pensiamo che sia solo l’assalto dell’imbrunire. Non è così: le zanzare
incrementano di numero minuto per minuto, fino a che dopo aver cenato sul
bagnato, vestiti dalla testa ai piedi per evitare di essere punti –sebbene ci
fossero 30 gradi- provandone di ogni per
scacciarle: accendere una candela; accendere uno zampirone bagnato rinvenuto
per terra; appicciare un fuoco con una guida di Darwin in carta plastificata
che più che altro ha intossicato noialtri; la brillante idea di Carlotta di
affettare cipolle e aglio e cospergerne il tavolo, oltre che se stessa. Dopo
tutti questi tentativi abbiamo evinto che era impossibile restare fuori,
decidendo di fiondarci in tenda, e Andrea nel van ovviamente. Una volta dentro realizziamo
che ci sono altri centinaia di zanzare all’interno; dopo averle ammazzate tutte
siamo tranquilli, separati da queste piccoli vampiri demoniaci da una sottile
retina. A centinaia gli insetti inferociti se ne restano appiccicati alle pareti
della tenda-retina sniffando la nostra anidride carbonica. Nel silenzio, oltre al brusio di questi
schifosi esseri che infestano questa foresta malarica in cui siamo capitati si
sentono ben distinte le botte sorde che provengono dall’interno del van e che
vanno avanti a varie riprese per tutta la notte: il povero Andrea combatte
valorosamente fino all’alba, applicando oltre le manate, innumerevoli quanto
inutili tecniche di difesa. Ovvero:
dormire completamente vestito sotto le lenzuola rischiando
l’asfissia;
indossare la retina anti mosche con tanto di capellino
munito di visiera per aver lo spazio necessario a respirare;
accendere 5 incensi trovati nel van(rischiando la vita
dovendo uscire dal lenzuolo);
applicare una retina tra il retro e l’abitacolo in cui
risiedeva il numero maggiore di zanzare, retina che puntualmente cadeva;
infine accendere la musica per sovrastare almeno il ronzio
imperterrito.
Il disgraziato si è visto costretto pure a urinare in una
bottiglia vuota e lanciarne il contenuto fuori dal finestrino.
Andrea non ha chiuso occhio, come si può immaginare.
La mattina il numero impressionante di zanzare non era
cambiato e ha reso difficile le azioni di routine dello smontaggio
accampamento. Vi giuro, mai mi era capitata una cosa simile, neanche nelle
peggiori serate al Ticino.
Come reduci di guerra, neanche dopo una donazione all’AVIS
ci sentivamo così debilitati: piagati dalle sgagnate su tutto il corpo, madidi
di sudore, stremati e con le magliette ed il van costellati di macchie di
sangue ci avviamo sgommando alla volta di una pozza sopraelevata, raggiungibile
con una scalata di 125 metri e dalla quale sgorgava una cascata grandiosa. La
fresca acqua delle pozze ha dato sollievo alle nostre piaghe; ci siamo potuti
rilassare e godere il panorama mozzafiato sguazzando in questo paradiso
terrestre.
Ci rimettiamo in marcia, per la prima volta in direzione
Sud, ritoccando Katerine, facendo rifornimento cibo, acqua e benzina,
riempiendo tutte le taniche a disposizione, così da evitare di farlo presso i
benzinai più cari durante l’unica via possibile; è la via che spacca a metà per
verticale il Northern Territory e che condurrebbe al cuore dell’Australia,
ovvero Uluru (posto sacro aborigerno simbolo del continente già visitato da me
e Andre). Ma noi vogliamo il mare, il surf e la costa,
Quindi Queesland. Ci
aspettano 3 lunghi giorni di viaggio in cui le sole fermate saranno per
rifornimenti benzina, mangiare e dormire.
Lungo il percorso per Tennent Creek, in mattinata, ci siamo
concessi una rilassante pausa presso delle incantevoli fonti termali in un
palmeto, sembrava un’oasi nel deserto.
In serata, arrivati
a Tennent Creek abbiamo giusto fatto rifornimenti di benza per poi finalmente
svoltare verso Est per iniziare a percorrere i quasi 2000 Km che ci separano
dalla east-cost.
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